| L'uomo, il poeta, il critico | ||
| Gino Benedetti poeta della vita di Gilberto Finzi | ||
Vita di poeta: così, esistenzialmente, potrebbe intitolarsi il grosso libro che raccoglie gran parte delle poesie di Gino Benedetti (1904-1989). Ma il titolo potrebbe essere anche, a rovescio, Poeta di una vita, con riferimento sottilmente ambiguo sia alla durata sia alla qualità del sentimento poetico prevalente in Benedetti. Oppure, e meglio di tutto, Poeta della vita: poeta, cioè, che in ogni essere ha rispettato e cantato quel soffio tenue, tenero e troppo breve che sta racchiuso nella parola vita. Una parola che Benedetti ha imparato fra le due grandi guerre e nel dopoguerra, e di cui si è nutrito nel tempo del lavoro e nell'esistenza familiare, nel quotidiano e nel privato, sempre sentendo l'importanza di rapporti e di modalità "umane" a cui aggrapparsi, anzi a cui votarsi per poter dare un proprio civile contributo all'essere e al divenire. Non sappiamo quando Gino Benedetti sia stato per così dire folgorato sulla strada della poesia; ma nella sua prima raccolta, del 1964, c'è una poesia che risale al 1931 (aveva 27 anni), a cui segue un lungo silenzio. La pulsione al fare versi riprende negli anni Quaranta, ma sporadica, e lentamente si afferma nel dopoguerra con poesie "impegnate" secondo i dettami del gusto neorealista seguito alla guerra e alla Resistenza. Ma sono gli anni Sessanta che vedono l'esplodere, in certo senso, della poesia del desenzanese, legato ora, piuttosto, a una sua personale forma di neoavanguardia che si rifà con abili movimenti linguistici e versificatorii proprio a quel Surrealismo e a quel Futurismo che sono stati a loro tempo i promotori dello svecchiamento della letteratura mondiale o almeno di quella europea. Le riprove di questo legame ideale con le leggende dell'inizio del nostro secolo sono numerose e tutte plausibili. Ecco anzitutto due significativi titoli-dedica (cronologicamente posteriori agli anni Sessanta): "Al mio surrealismo invecchiato" e "Ricordando il mio vecchio Futurismo"; quindi la poesia "Chiaroveggenza Dada", che compare in Qualcosa da dire, del 1972, in cui Benedetti cita il grande inventore di novità orali-musicali e visuali, il tedesco Kurt Schwitters (ma poi anche Grosz, ecc.); e ancora la magìa dei Musical Poems, 1967, dove la follia sillabica e la spezzatura alla maniera dada e surreal-concreta del medesimo Schwitters diventano di per se stesse fascino e attrattiva ritmica. Ma anche altre poesie, altri libri sono segnali precisi di appartenenza e di scelta di campo, magari più dalla parte dell'arte figurativa che da quella della parola di cui pure vivono: Poesie del segno (1977) ad esempio si articola in poesie brevi, quasi aforismi musicali ma non rigorosamente metrici, accompagnati da segni, piccoli disegni, cornici e quinte ideali, e così via; o Didascalie (1978), ancora aforismi, meno pittorici dei precedenti ma ancora fra prosa e poesia. Si può concludere questa specie di mostra "storico-personale" con la poesia visiva per la mostra di Sarenco (l'artista multimediale, poeta visuale e altro ancora tuttora vivente), e con due inedite parafrasi/interpretazioni di straordinaria forza e intensità, la prima delle quali (del gennaio 1971), "I seduti", da "Les assis" del grande Rimbaud, reca nei versi-non versi i segni della più grande libertà interpretativa, forse addirittura di un desiderio di nuove forme che si affaccia nel nostro Benedetti. Il quale, tuttavia, non è soltanto questo: le sue aperture sperimentali sono l'affermazione di un'intelligenza poetica o più genericamente letteraria, a cui però si affianca sempre il senso umano della vita, quasi un valore terrigeno da riconoscere di continuo nell'altro, uomo o donna, che incrocia la sua strada.
Almeno i poeti dicano la verità: questo il titolo, aforisteggiante e moralistico, di una raccolta del 1971, densa di suggestione, che tra l'altro fu per me occasione di accostarmi per la prima volta al poeta. Il titolo, vagamente "impegnato" e perciò apparentemente in ritardo rispetto alle nuove ondate poetiche, non rendeva giustizia alle qualità strutturali e alle ingegnosità linguistiche di Benedetti: il quale rivelava un'eccezionale abilità nel fingere e nel mascherare il peso estetico ed euristico della propria poesia. Il surrealismo esistenziale velava appena il sentimento umanitario (o semplicemente umano?) che aveva già cantato in due poesie la Resistenza, che si stava misurando con la figura del Che Guevara e con la grande violenza del Vietnam, e si stava ora impegnando nella critica attiva, moderna e attentissima di quella che anni prima Salvatore Quasimodo aveva spregiativamente definito "la civiltà dell'atomo al suo vertice": idee, sentimenti, rivolte ideali, funzioni poetiche e formali si fondevano in un inestricabile mix parola/segno/metrica. La significazione globale, in questo libro, nasce infatti dal rapporto esatto anche se spesso emotivo fra il significato e la sua varianza analogica: come se di continuo il poeta deviasse dalla retta via del vocabolario e della norma sintattica per evitare i trabocchetti e la banalità del parlare comune. Comune, era, ed è la lingua di Benedetti, ma tutt'altro che banale o inerte, anzi con tali e tanti accostamenti inattesi aggettivo/sostantivo, con tali e tanti giochi verbali, e nessi metaforici, e invenzioni distraenti nelle clausole metriche, che alla fine si è obbligati ad ammettere che ci si trova di fronte non certo a un poeta attardato della funzione storica superata del neorealismo, ma piuttosto a un "attore" creativo capace di utilizzare i modi di una aspirazione civile o civilmente umana nelle forme rinnovate e attuali di uno specifico sentimento poetico. E non andranno qui dimenticati gli interessi di Gino Benedetti per le arti visuali, non solo a causa dei rapporti con le gallerie e gli artisti ma anche per un particolare "colorismo" che la figurazione riproduce nella sua parola poetica. Dunque avanguardia artistico-letteraria, da un lato, dall'altro un forte sentimento dei doveri dell'umano, per una poesia dura e animata contro tutto quanto non va e non si accetta nel nostro mondo. Questa protesta si articola e si sviluppa, oltre che nei luoghi tematici già detti (dalla Resistenza al Vietnam), in un "modo di formare" autenticamente sorprendente, innovativo e insieme incisivo. Ma nelle linee della poesia di Benedetti continuano a comparire i temi dell'affetto, quelli che avevano dettato, agli inizi, la plaquette Album ricordo o, nel 1980, Cari incontri , col sottotitolo figure di donna: amori poetici ma non solo, famiglia anche, e amicizia, e tutto quanto fa la rete incomparabile dei legami di tutta una vita. A Cari incontri fanno riscontro le Trenta poesie scritte per una storia d'amore tenera e sensuale: due libri questi, che uniti ad altre poesie e ad altre raccolte confermano l'importanza esistenziale e ispiratrice che per Benedetti ebbe il "pianeta donna". Oltre il perimetro logico (1970) rappresenta forse il clou della poetica dello scrittore, la raccolta in cui appunto si verifica la convergenza cui si accennava, fra invenzione emotivo-lirica e approfondimento sociale o civile utopia. Questo libro reca, già nel titolo, il segnale dell'oltranza nel tentativo di uscire dalle secche della quotidianità razionale e degli affetti per aprirsi all'inconscio in una linea discorsivo-surreal-geometrica che si palesa nelle connessioni, nelle analogie e nelle svolte improvvise del discorso, e che continuerà anche nelle raccolte successive. Nella citata Almeno i poeti dicano la verità (1971) e in Qualcosa da dire (1972) sembrano accentuarsi le tematiche umano-contestatorie, alleggerite invece da una più aperta musica verbale nei seguenti A canto aperto (1981) e Breve spazio d'aria (1982). In questi due ultimi libri però a poco a poco prevale decisamente la mozione degli affetti e la poetica del ricordo o del rimpianto: un desiderio di privato che si affermerà fino a dominare nelle ultime poesie, liriche della nostalgia ed elegie di quello che al poeta pare ormai un esilio in terra. Benedetti si rifugia nella musica del verso più lirico e tradizionale, come mostrano a chiare lettere appunto le poesie dell'estremo periodo della sua vita, inedite o raccolte in forma quasi privata. Resta, di lui, il ricordo di un poeta capace di fondere in sé la doppia faccia di un Giano lirico, di articolare le sue poesie tra la forza dell'ira e la passione dell'amore: di sentimenti opposti, cioè, ma mai distaccati dal suo singolare modo di essere, di vivere, di giocare e di cantare. Anche il bambino che lo incontra, subito lo riconosce - "Tu sei un poeta!" - e la vita di un poeta è sempre la vita della poesia. |
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