| L'uomo, il poeta, il critico | ||
| Per un ritratto di Gino Benedetti di Giansisto Gasparini | ||
Il cielo che avvolge Desenzano arriva al lago inclinandosi verso l'orizzonte, come la strada che dalla stazione porta dalle vecchie mura del Borgo, alla casa di Benedetti; la vecchia casa di via Castello, fatta di pietra grigia, così la rivedo nel ricordo, come il colore dei ciotoli che la fronteggiano. E' costruita come se fosse una bassa torre nel cui interno, il cortile coperto fa da golfo mistico alla vita della sua famiglia e di quella di suo fratello. Quella sua casa dal cortile coperto e illuminato dal lucernario, alto sul tetto, e la piccola città chinata verso il lago, sono parte del teatro totale in cui l'autore-attore è GINO BENEDETTI. Il palcoscenico di questo teatro è all'apparenza indefinibile, ma come in uno spettacolo elisabettiano, lo svolgimento e il testo si avvalgono delle parole per disporre l'avvenimento nel luogo in cui il poeta-attore vi appare. Perché per il ritratto di Gino Benedetti ho proposto l'azione ed il palcoscenico su cui agisce? Essi sono conseguenti all'immagine che ho conservato di lui sin dal mio primo incontro avvenuto a Milano in un lontano anno: il Millenovecentocinquantacinque. La sua figura, il viso dalle linee larghe e morbide, con gli occhi scuri e sorridenti, il corpo compatto da cui le braccia, dai movimenti larghi e misurati, accompagnano i gesti della sua conversazione: il domandare e l'interloquire. I silenzi e le pause, che si raccolgono verso il momento della conclusione fulminea di un suo pensiero, mi appaiono evidenti per il suo ritratto. Il palcoscenico è, come ho detto, ampio e dai confini imprevedibili: è la strada per gli incontri casuali, è il piccolo caffè-pasticceria che profuma di torte, è lo scompartimento del treno che cammina verso la città, è la galleria d'arte per una esposizione, è l'edicola-libreria, il palcoscenico è in ogni luogo dove Gino Benedetti decide e sceglie di avvicinare il fantasma umano e liberarlo dal suo costume per rivelare, svestendolo, l'uomo che vi è contenuto! Il suo modo di pensare l'uomo è un costante procedimento di attenzione attraverso i suoi mezzi espressivi: essi sono, con la poesia, la conversazione, le comunicazioni epistolari agli amici, o tutto quanto serve allo scopo privilegiato, quello di rivelare, oltre che a se stesso, la sorpresa per la grande ampiezza e l'incredibile ricchezza del lavoro che egli stà svolgendo: quello di una profezia rivelata. Gino sente l'ebbrezza della sua scoperta e degli intrecci che il suo "canovaccio" per la commedia umana propone e che egli deve di continuo ampliare perché possa farsi, in conclusione, onnicomprensiva e totalizzante. La sua capacità di "regia" si attua col far partecipare allo spettacolo tutti gli eventi e gli ambienti: la scenografia necessaria all'azione e i luoghi dove si svolgono i fatti; la piccola osteria che accoglie i partecipanti al suo spettacolo in un pomeriggio di tarda primavera, con il sole che frantuma i suoi raggi fra le foglie del pergolato: I raggi cadono attenuati sui tavoli, fra i bicchieri colmi di vino dorato dal profumo e dal sapore amabile. Con l'assaporare di quel vino fresco di cantina, Gino Benedetti fa convergere nel presente i ricordi, per sentirne la commozione del tracciato costante della vicenda umana che affiora dalle sue parole. In questi dialoghi, come nello spettacolo, è sempre presente quale figura simbolo, una maschera femminile di indefinibile individualità, ma di chiara fisionomia archetipa. La femminilità è per Gino Benedetti la terra promessa verso la quale dirigere il proprio cammino, sia per misurare il suo vero ruolo umano che la capacità di assolvere il programma propostosi. Egli ritiene che la figura della donna quale madre-amante, con il simbolo che essa reca in sé, riversi, attraverso la mediazione maschile, la propria forza di capacità emotiva e raggiunga, con il necessario processo delle relazioni uomo-donna-amore-passione-creazione, il punto di fusione totale che egli chiama della BELLEZZA REALIZZATA. |
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