linea.gif (628 byte) L'uomo, il poeta, il critico
Gino Benedetti oltre il perimetro logico di Simone Saglia

Se dovessi indicare qual è l'ispirazione predominante della poesia di Gino Benedetti, che sollecitava nel fondo la sua anima, darei rilievo a quel che potremmo chiamare il suo messianismo, cioè la sua sofferta ma ferma fede in valori che illuminano gli uomini nel lento, contraddittorio, drammatico procedere della storia. La testimonianza, spenta sovente nel sangue, dei Messia, degli annunciatori di un regno di pace e di giustizia, e le innumerevoli, spaventose violenze subite dai semplici, dai deboli, dagli innocenti, mettono a dura prova la fede nella possibilità di riscatto dell'uomo dal male. Questa fede tuttavia, figlia della speranza, è l'unica risorsa che abbiamo per dare un significato positivo all'esistenza, per scandagliare con fasci di luce il buio che ci attornia.

Nella stagione propizia/voleranno le rondini/portando/amore/il tuo messaggio cristallino (da "Amore"); Ognuno governa nell'intimo/il bene scaturito/emblema della fede/che l'uomo propugna./Bambino/già guidavo il mio carro (da "Il mio carro"); Le farfalle iridate/sfoglieranno l'aria/in un volo immortale (da "Strariperà il mare"); Sparii in una voragine maledetta/ma risorsi ripulito (da "Oltre il perimetro logico").

È opportuno precisare subito che quella di Benedetti è una religiosità non confessionale, ma non per questo meno viva, nella quale la poesia diventa il naturale mezzo espressivo nel senso indicato dal grande teologo contemporaneo Paul Tillich: "Questione di religione si pone ogni volta che l'artista scompone la superficie visibile per poi ricomporla in un quadro meraviglioso che poco assomiglia al mondo che vediamo quotidianamente".

Se dovessimo collegare la ricca esperienza culturale di Gino Benedetti a una particolare corrente di pensiero, faremmo torto alla sua anima di poeta che, come tale, non amava esprimersi in sillogismi oppure frequentare astratte visioni filosofiche. Potremmo comunque escludere, quali ispiratrici della sua opera, quelle dottrine del nulla e dell'angoscia che hanno notevolmente condizionato la coscienza contemporanea. Egli naturalmente le conosceva, ma non le condivideva perché aderiva a un neo-umanesimo che, pur nella consapevolezza del negativo presente, mantiene la fiducia nel positivo futuro. Tra i moderni "profeti" di un futuro migliore si potrebbe pensare al filosofo tedesco Ernst Bloch. Non so se Benedetti conoscesse direttamente Bloch, comunque nella sua poesia si respira una euforia di cambiamento di tipo blochiano che non si riscontra nei poeti o nei filosofi della disperazione e del nulla. Così pure nella formazione culturale di Benedetti, potremmo pensare all'esistenzialismo non nichilistico del giovane Lukács.

Bloch affermava che "l'utopia non è fuga nell'irreale, ma è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione"; ed egli stesso riconosceva di aver ereditato dalla Bibbia la visione messianica del suo pensiero.

Le analisi tragiche e spesso grottesche della situazione contemporanea sono tipiche della poesia benedettiana e non si possono capire se non come indotte dalla fede nella possibilità da parte dell'uomo di riscattare se stesso, cioè dalla consapevolezza che il bene lievita nella storia. Il bene, che governa l'uomo nell'intimo, è in sostanza la voce della coscienza la quale, se spesso è sovrastata dal clamore del male, è pronta a riapparire simile a quella che nella sua verginità guidava il carro del fanciullo.

Benedetti denuncia ogni sorta di pregiudizio e di conformismo. In versi densi di pensiero, sovente con arguzia o con sferzante satira, illumina la realtà contemporanea cogliendone la confusione, la voragine maledetta da cui si cerca di risorgere ripuliti: minotauri in smoking/sonnecchiavano (da "Le altane"); in succulenti festini/stiliti/ansavano come bufali (da "Gracili volti"); Gli uomini nascono spogli/poi si vestono da kedivé (da "I chiliarchi"); uomini giocano alla trottola...filosofi ballano il cha cha cha/piroettano (da "Nel fumigante harem").

Uomini al potere (i minotauri in smoking) interrompono con ozi momentanei le violenze; indossano uniformi o adottano stili di vita per il loro piacere e per ostentare i simboli dell'élite; si servono di intellettuali che ballano al suono delle parole d'ordine alla moda. L'individualismo, espresso dalla metafora degli "stiliti", va di pari passo con una ideologia consumistica che provoca ansia in un orizzonte povero di spiritualità (ansavano come bufali).

Vi sono poi sequenze di immagini in cui si dipanano penetranti allusioni alla guerra considerata nella sua oscenità: Quando la morte innalza/vessilli/a gloriosi misfatti (da "Assaltano il futuro"); Non avevamo capito/che la fenice sul cimiero/a sghimbescio/balbetta (da "Risaliremo"). La fenice, anziché l'aquila, mette in risalto il rinnovarsi storico dell'esplosione della violenza; l'aquila-fenice comunque balbetta parole di vuota retorica; Avvoltolato da una raffica/(il nemico non è docile)/l'elmo d'ocra/ti ha tradito:/ti credevi immortale (da "I mandorli in fiore"); assaltavamo paludi/trincerati/dietro fogliami (da "Torce", un flash rievocante la guerra nel Vietnam).

E poi c'è l'alienazione indotta da vecchi miti cecità del mito/intrugliato di scribi (da "Le facinorose sequenze"); Sfiorati dalla morte/abbiamo continuato il tragitto/fra sollevatori di pesi/e atleti del circo (da "Siamo stati insieme"); un'altalena si trastulla,/uomini giocano alla trottola (da "Nel fumigante harem").

Ma al di là dell'indecenza umana riappare il bene sotto forma di montagna bianca di sale (il monte biblico della salvezza e il sale della sapienza): E una montagna bianca/di sale/e un usignolo/nascosto fra le foglie/spiato da un raggio di sole... (da "Colombe volano"); oppure il bene intravisto dall'uomo è reso metaforicamente nella descrizione trepida del paesaggio che occupa la seconda parte della poesia "Risaliremo". Il motivo dell'arcadia (il passo sobrio dei pastori fra cielo e terra, il lontano richiamo dei corni, il silenzio del tramonto che sa di prodigio, lo sposalizio del cielo e del mare) ritorna, rivissuto con linguaggio nuovo: non decadente fuga dal mondo, ma paradigma che ci aiuta a sopravvivere. Benedetti sa bene che questo momento di serena contemplazione di parvenza d'assoluto, una flebile eco (il cielo e la terra sembrano unirsi) è del tutto contingente; si stupisce di simile prodigio, si spaventa perché basta un attimo perché esso si dilegui; e infatti il sibilo di una pallottola fende l'aria e la quiete viene turbata: Dagli scogli vedemmo/il rosa tingersi d'azzurro.../Lo sposalizio s'era compiuto./Stupiti/paventammo./Un sibilo turbò la quiete. (da "Risaliremo").

Quello di Benedetti è uno scorrere di metafore in cui il tragico si alterna con lo stupore lirico e il grottesco. Uno stile poetico il suo che fa pensare alla poesia moralmente risentita del poeta inglese Auden impegnato a scoprire i giochi nefasti dell'irrazionalità divenuta sistema di vita, quell'Auden il quale si convertì al credo cristiano. Mentre il poeta inglese fece un passaggio di tipo confessionale, Benedetti orientò la sua bussola verso un'oraziana serenità che considera l'uomo misura di tutte le cose, il "pastore dell'essere", come disse, con felice immagine poetica, Heidegger nella Lettera sull'umanesimo.

Vi sono momenti di ridiscesa, e allora l'amarezza della sconfitta e lo sconforto ci avviluppano (Gli albatri/infilano viscere desolate, in "Gli ultimi untori"), mentre il mondo sperato sembra allontanarsi di nuovo. Ma Benedetti ci stimola a considerare l'utopia come ideale da raggiungere nella concretezza, e quindi nella relatività della storia d'ogni giorno. In queste lotte parziali non ci dobbiamo smarrire, ma conservare una forza di volontà decisa e veloce come quella dello squalo: Risaliremo/e forse/ pinne di squali/ci aiuteranno a ridiscendere/per imprimere ai fati umani/il ritmo/delle scienze primigenie. (da "Risaliremo").

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